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INTRODUZIONE
Il
Movimento Bahá'ì è
ora ben noto in tutto il mondo ed è
giunto il momento in cui l'impareggiabile
narrazione delle sue origini nella tenebrosa
Persia, scritta da Nabil, può interessare
molti lettori. La documentazione che egli
annotò con si devota cura è
sotto molti aspetti straordinaria. Essa
contiene alcuni brani commoventi e lo
splendore del tema centrale conferisce
alla cronaca non solo un grande valore
storico ma anche un'alta forza morale.
Le sue luci sono forti; e questo effetto
è più intenso poiché
esse appaiono come uno sprazzo di sole
nel cuore della notte. È una storia
di lotta e di martirio; le scene violente,
gli episodi tragici abbondano. La corruzione,
il fanatismo e la crudeltá fan
lega contro la causa della riforma per
distruggerla e questo volume si conclude
nel momento in cui pare che un'orgia di
odio abbia raggiunto io scopo e cacciato
in esilio o messo a morte ogni uomo, donna
e bambino in Persia che osasse mostrare
apertamente un'inclinazione verso l'insegnamento
del Báb.
Nabil, il quale partecipò di persona
ad alcune delle scene che racconta, impugnò
la sua penna solitaria per narrare la
veritá su uomini e donne cosi spietatamente
perseguitati e su un movimento così
gravemente calunniato.
Egli scrive con facilitá e nei
momenti di grande emozione il suo stile
si fa vigoroso e penetrante. Non presenta
in modo sistematico le asserzioni e l'insegnamento
di Bahá'u'lláh e del Suo
Precursore, ma intende semplicemente rievocare
le origini della Rivelazione Bahá'ì
e tramandare il ricordo delle gesta dei
suoi primi paladini. Narra una serie di
episodi, citando minuziosamente la fonte
quasi per ogni argomento d'informazione.
Di conseguenza la sua opera, anche se
meno artistica e filosofica, acquista
valore come racconto esatto di ciò
che egli sapeva, o era riuscito a scoprire
da testimoni degni di fede, sulla storia
più remota della Causa.
I protagonisti del racconto (la santa
eroica figura del Báb, capo mite
e sereno, eppure cosi ardente, risoluto
e dominante; la devozione dei Suoi seguaci
che affrontano l'oppressione con coraggio
indomito e spesso con estasi; la rabbia
di un clero geloso, che accende per i
propri scopi le passioni di una plebe
assetata di sangue) - parlano un linguaggio
che tutti possono capire. Ma non è
facile seguire la narrazione nei suoi
dettagli o comprendere quanto fosse enorme
il compito assunto da Bahá'u'lláh
e dal Suo Precursore, senza qualche cognizione
sulle condizioni della chiesa e dello
stato in Persia e sui costumi e sulla
mentalitá del popolo e dei suoi
padroni. Nabil dette per scontate queste
nozioni. Aveva viaggiato poco o niente
fuori dai confini degl'imperi dello Sciá
e del Sultano e non pensò a fare
paragoni tra la sua civiltá e le
civiltá straniere. Egli non si
rivolgeva al lettore occidentale. Benché
si rendesse conto che il materiale che
aveva raccolto rivestiva un'importanza
più che nazionale o islamica e
che in non molto tempo esso si sarebbe
diffuso sia in occidente sia in oriente
fino a circolare per tutto il globo, era
tuttavia un orientale e scriveva in una
lingua orientale per coloro che usavano
quella lingua e l'impareggiabile lavoro
che così accuratamente eseguì
era giá in sé stesso un'impresa
grande e faticosa.
Esiste comunque in inglese una letteratura
sulla Persia del diciannovesimo secolo
che può fornire al lettore occidentale
ampie informazioni sull'argomento. Da
scritti persiani giá tradotti o
da libri di viaggiatori europei, quali
Lord Curzon, Sir J. Malcolm e non pochi
altri, si può desumere un quadro
fedele e vivo, anche se sgradevole, delle
condizioni improbe che il Báb dovette
affrontare quando inaugurò il Movimento
alla metá del diciannovesimo secolo.
Tutti gli osservatori sono concordi nel
rappresentare la Persia come una nazione
debole e arretrata, spaccata all'interno
da pratiche corrotte e da feroci bigottismi.
L'inefficienza e la viltá, frutti
della decadenza morale, riempivano il
paese. Tanto tra i potenti quanto tra
gli umili, non solo mancava la capacitá
di portare a termine metodi di riforma,
ma non c'era nemmeno una seria volontá
d'iniziarli. L'orgoglio nazionale predicava
un grandioso autocompiacimento. Una cappa
d'immobilismo copriva ogni cosa e una
paralisi mentale collettiva rendeva impossibile
ogni sviluppo.
Allo
studioso di storia la decadenza d'una
nazione un tempo cosi potente e illustre
appare estremamente pietosa. 'Abdu'l-Bahá,
che nonostante le crudeltá inflitte
a Bahá'u'lláh, al Báb
e a Lui Stesso, amava tuttavia la Sua
terra, chiamò questa degradazione
"la tragedia di un popolo" e
nell'opera "The Mysterious Forces
of Civilization" in cui cercò
d'incitare il cuore dei Suoi compatrioti
a intraprendere riforme radicali, espresse
un toccante lamento sulla sorte di una
nazione che un tempo aveva esteso le proprie
conquiste in oriente e in occidente ed
era stata faro di civiltá tra gli
uomini. "Nei tempi passati a, Egli
scrive, "La Persia fu veramente il
cuore del mondo e brillò tra le
nazioni come una fiaccola accesa. La sua
gloria e la sua prosperitá apparvero
all'orizzonte dell'umanitá come
l'aurora diffondendo la luce della conoscenza
e illuminando le nazioni dell'oriente
e dell'occidente. La fama dei suoi re
vittoriosi giunse alle orecchie degli
abitanti delle regioni più remote
della terra. La maestá del suo
Re dei Re umiliò i monarchi di
Grecia e di Roma. La sua saggezza nel
governare colmò di rispetto i saggi,
e i governanti dei continenti modellarono
le proprie leggi sulla sua politica. I
Persiani eccelsero tra le nazioni della
terra come popolo di conquistatori e furono
giustamente ammirati per la loro civiltá
e cultura; pertanto il loro paese divenne
un centro glorioso di tutte le scienze
e le arti, una miniera di cultura e una
fonte di virtù... Come mai questo
eccellente paese, oggi, a causa della
nostra indolenza, vanitá e indifferenza,
per la mancanza di conoscenze e d'organizzazione,
per la scarsitá di zelo e ambizione
nel suo popolo, sopporta che i raggi della
sua prosperitá siano oscurati e
quasi estinti? ".
Altri scrittori descrivono dettagliatamente
le infelici condizioni a cui 'Abdu'l-Bahá
si riferisce.
Al tempo in cui il Báb dichiarò
la Sua Missione, il governo del paese
era, con le parole di Lord Curzon, "uno
stato teocratico a
Pur essendo
venale, crudele e immorale, era formalmente
religioso. L'ortodossia islamica era la
sua base e permeava fino al midollo sia
lo stato sia la vita sociale del popolo.
Ma per il resto non esistevano leggi,
statuti o costituzioni che guidassero
la direzione degli affari pubblici. Non
c'erano né Senato, né Consiglio
della Corona, né Sinodo, né
Parlamento. Lo Sciá era un despota
e il suo arbitrario modo di governare
si rifletteva lungo la scala ufficiale,
in ogni ministro o governatore, fino al
più umile impiegato e al più
remoto capotribù. Non esisteva
alcun tribunale civile che controllasse
o modificasse il potere del monarca o
l'autoritá che egli decidesse di
delegare ai suoi subordinati. Se una legge
c'era, questa era la sua parola. Egli
poteva fare quel che gli pareva. Era suo
diritto nominare o destituire qualsiasi
ministro, funzionario, ufficiale e giudice.
Aveva potere assoluto di vita e di morte
su tutti i membri, tanto civili quanto
militari, della sua famiglia e della sua
corte. Il diritto di togliere la vita
apparteneva solo a lui; e così
era per tutti i poteri dello stato: legislativo,
esecutivo e giudiziario. Le sue prerogative
regali non erano limitate da alcuna restrizione
scritta.
I discendenti dello Sciá erano
sistemati nei posti più remunerativi
del paese e con il succedersi delle generazioni
occuparono anche posti minori, dappertutto,
finché il paese non fu oppresso
da questa genìa di fannulloni regali
che dovevano la loro posizione solamente
al loro sangue e dai quali ebbe origine
l'adagio persiano che dice: "Cammelli,
pulci e principi esistono dappertutto".
Per uno Sciá era difficile prendere
una decisione giusta e saggia su un caso
sottoposto al suo giudizio, perfino quando
desiderava farlo, perché non si
poteva fidare delle informazioni che gli
venivano date. Elementi determinanti potevano
essere nascosti, o i fatti esposti potevano
essere distorti dall'influenza di testimoni
interessati o di ministri venali. In Persia
il sistema di corruzione era giunto a
tal punto da essere divenuto un'istituzione
riconosciuta, che Lord Curzon descrive
con le seguenti parole:
"Tratterò ora quella che è
la caratteristica basilare e distintiva
dell'amministrazione iraniana. Si può
dire che il governo, anzi, la vita stessa
della nazione, consistano per lo più
in uno scambio di doni. Nel suo aspetto
sociale si potrebbe supporre che questa
pratica comprovi i sentimenti generosi
di un amabile popolo; benché anche
da questo punto di vista essa presenti
lati freddi e sgradevoli come quando,
per esempio, mentre vi rallegrate in cuor
vostro per aver ricevuto un dono, trovate
che dovete non solo contraccambiare facendo
al donatore un regalo di costo equivalente,
ma anche ricompensare generosamente il
latore del dono (per il quale la vostra
ricompensa è molto verosimilmente
l'unico mezzo riconosciuto di sussistenza)
in misura proporzionale al valore pecuniario
del dono stesso. Nel suo aspetto politico,
l'uso di far doni, benché consacrato
nelle adamantine tradizioni dell'Oriente,
è un sinonimo del sistema descritto
altrove con nomi meno gradevoli. È
il sistema secondo il quale la Persia
è stata governata per secoli e
il cui mantenimento oppone una robusta
barriera a qualsiasi reale riforma. Dallo
Sciá in giù, non v'è
funzionario che non sia disponibile a
regali, non v'è posto che non sia
conferito in cambio di un dono, non v'è
rendita che non sia stata accumulata per
mezzo di doni ricevuti. Salvo pochissime
eccezioni, tutti i componenti della gerarchia
ufficiale sopra menzionata hanno semplicemente
comperato la propria posizione con un
regalo pecuniario offerto o allo Sciá
o a un ministro o al governatore superiore
dal quale sono stati nominati. Se ci sono
molti candidati a un posto, con ogni probabilitá
vincerá quello che fa la migliore
offerta.
" ... Il 'madakhil' è un'istituzione
nazionale mantenuta viva in Persia, la
riscossione della quale, in una miriade
di forme differenti, la cui ingegnositá
è pari solo alla loro molteplicitá,
è per i Persiani il supremo interesse
e la somma delizia di tutta una vita.
Questa straordinaria parola, di cui Watson
dice che non v'è un preciso equivalente
in inglese, può essere variamente
tradotta come: commissione, gratifica,
regalia, provvigione, ruberia, lucro,
secondo il contesto del discorso in cui
è usata. In parole povere essa
indica quel tanto di vantaggio personale,
usualmente espresso in moneta, che può
essere estorto da qualsiasi transazione.
Un negoziato, in cui due parti siano coinvolte
come donatore e beneficiano, come superiore
e subordinato o anche come agenti contraenti
alla pari, non può aver luogo in
Persia senza che la parte che può
essere presentata come autrice del favore
o del servizio pretenda e riceva una definita
ricompensa in denaro per quanto ha fatto
o dato. Si può certo dire che la
natura umana è la stessa in tutto
il mondo; che un simile sistema esiste
sotto un differente nome nel nostro e
in altri paesi e che il critico sereno
saluterá nel Persiano un uomo e
un fratello. Entro certi limiti ciò
è vero. Ma in nessun paese del
mondo che ho visitato o di cui ho sentito
parlare, il sistema è tanto aperto,
spudorato o universale come in Persia.
Così, lungi dall'essere limitato
alla sfera dell'economia domestica o alle
transazioni commerciali, esso permea ogni
passo e ispira la maggior parte delle
azioni della vita. Per suo effetto, si
può dire che in Persia la generositá
e i favori gratuiti sono stati cancellati
dal novero delle virtù sociali
e la cupidigia è stata elevata
a principio della condotta umana... Pertanto
si stabilisce una progressione aritmetica
di ruberie, dal sovrano al suddito, per
cui ciascuna unitá della scala
discendente prende la propria ricompensa
dall'unitá successiva di rango
inferiore, mentre lo sventurato contadino
è la vittima finale. Non c'è
da sorprendersi, in queste condizioni,
se le cariche sono la via comune verso
la ricchezza e se sono frequenti i casi
in cui uomini, partiti dal nulla, si trovano
ad abitare in magnifiche case, circondati
da folle di dipendenti e a vivere da prìncipi.
"Fa ciò che puoi finché
puoi" è la regola che molti
uomini si prefiggono entrando nella vita
pubblica. E lo spirito popolare non s'indigna
per questo comportamento; mentre il giudizio
su chi, avendone l'opportunitá,
non riesce a riempirsi le tasche, è
tutt'altro che lusinghiero per il suo
valore. Nessuno rivolge un solo pensiero
alle vittime da cui, in ultima analisi,
è stato ricavato il materiale per
questi successivi 'madakhil', e dal sudore
delle cui rassegnate fronti è stata
spremuta la ricchezza che viene dissipata
in lussuose case di campagna, oggetti
rari provenienti dall'Europa ed enormi
seguiti ".
Leggere quanto precede significa capire
in parte le difficoltá della missione
del Báb; leggere quanto segue significa
comprendere i pericoli che Egli affrontò
ed essere preparati a una storia di violenza
e di atroce crudeltá.
"Prima di abbandonare l'argomento
della legge persiana e della sua amministrazione,
voglio aggiungere qualche parola sull'argomento
delle pene e delle prigioni. Nulla è
più traumatizzante per il lettore
europeo, che s'inoltri nelle criminose
e insanguinate pagine della storia persiana
dell'ultimo e, fortunatamente in grado
minore, dell'attuale secolo, delle testimonianze
di punizioni selvagge e abominevoli torture,
che dimostrano rispettivamente un'insensibilitá
bestiale e un'ingegnositá diabolica.
Il carattere persiano è sempre
stato fertile di espedienti e insensibile
alla sofferenza; e nell'ambito delle esecuzioni
capitali ha trovato un vasto campo per
mettere in pratica entrambe le doti. Fino
a tempi abbastanza recenti, entro i confini
dell'attuale regno, i criminali condannati
a morte sono stati crocifissi, sparati
da cannoni, seppelliti vivi, impalati,
ferrati come cavalli, squartati legandoli
alle cime di due alberi legati assieme
e poi lasciati tornare alla loro posizione
naturale, trasformati in torce umane,
scorticati vivi.
" ... Con un duplice sistema di governo,
come quello di cui ho appena completato
la descrizione - cioè un'amministrazione
nella quale ogni attore è, da punti
di vista diversi, il corruttore e il corrotto;
e una procedura giudiziaria senza né
leggi né tribunali - si capisce
subito che la fiducia nel Governo ha poche
probabilitá di esistere, che non
vi è alcun senso personale del
dovere o dell'onore, alcuna fiducia reciproca
o cooperazione (tranne nel servire chi
fa del male), alcun disonore nella delazione,
alcun credito nella virtù e sopra
tutto alcuno spirito nazionale o patriottismo".
Il Báb deve avere presagito sin
dall'inizio l'accoglienza che i Suoi concittadini
avrebbero accordato ai Suoi insegnamenti
e il destino che Lo attendeva per mano
dei mullá. Ma non permise che timori
personali influenzassero la franca enunciazione
delle Sue affermazioni o l'aperta presentazione
della Sua Causa. Le innovazioni che proclamò,
anche se puramente religiose, furono drastiche,
l'annuncio della Sua identitá fu
sconvolgente e tremendo. Egli Si fece
conoscere come il Qá'im, il Grande
Profeta o Messia da lungo tempo promesso,
così ansiosamente atteso dal mondo
musulmano. A ciò aggiunse la dichiarazione
di essere anche la Porta (cioè
il Báb) attraverso la quale doveva
entrare nel regno umano una Manifestazione
più grande di Lui.
Mettendosi così nella linea delle
tradizioni dell'Islám e apparendo
quale adempimento delle profezie, Egli
entrò in conflitto con coloro che,
sul significato di quelle profezie e tradizioni,
avevano idee fisse e intoccabili (diverse
dalle Sue). Le due grandi sette persiane
dell'Islam, la sciita e la sunnita, attribuivano
entrambe grande importanza all'antico
retaggio della loro fede, ma non erano
d'accordo sul suo contenuto e sul suo
valore. Gli sciiti, dalle cui dottrine
sorse il Movimento Babì, sostenevano
che, dopo l'ascensione del Grande Profeta
Muhammad, a Lui era succeduta una linea
di dodici Imém. Ognuno di questi,
essi sostenevano, era stato dotato da
Dio di poteri e doti speciali e aveva
diritto all'assoluta obbedienza dei fedeli.
Essi dovevano la loro designazione non
alla scelta popolare, ma alla nomina da
parte del proprio predecessore nella carica,
Dodicesima e ultima di queste guide ispirate
fu Muhammad, chiamato dagli sciiti "Imám
Mihdì, Hujjatu'lláh [la
Prova di Dio], Baqìyyatu'lláh
[il Resto di Dio], e Qá'im-i-Al-i-Muhammad
[Colui che sorgerá dalla famiglia
di Muhammad]". Egli assunse le funzioni
di Imám nell'anno 260 dell'Egira,
ma improvvisamente scomparve e comunicò
con i suoi seguaci solo attraverso un
intermediario scelto, noto come Porta.
Quattro di queste Porte si susseguirono
l'una all'altra, ciascuna designata dal
predecessore con l'approvazione dell'Imám.
Ma allorché i fedeli chiesero alla
quarta, Abu'l-Hasan-'Alì, di nominare
il successore, prima di morire, egli si
rifiutò di farlo: disse che Iddio
aveva un altro piano. Alla sua morte ogni
comunicazione tra l'Imém e la sua
chiesa pertanto cessò. E tuttavia,
circondato da un gruppo di seguaci, egli
è ancora vivo e attende in un nascondiglio
misterioso e non si rimetterá in
contatto con il suo popolo finché
non si manifesterá con tutta la
sua potenza per instaurare il millennio
in tutto il mondo.
I sunniti, d'altra parte, hanno un'opinione
meno elevata della funzione dei successori
del Grande Profeta. Essi considerano la
vice-reggenza una questione pratica più
che spirituale. Il Califfo è, ai
loro occhi, il Difensore della Fede e
deve la sua nomina alla scelta e all'approvazione
del Popolo.
Per quanto importanti siano queste differenze,
tuttavia, entrambe le sette concordano
nell'attendere una duplice Manifestazione.
Gli sciiti aspettano il Qá'im,
che deve venire nella pienezza dei tempi
e anche il ritorno dell'Imám Husayn.
I sunniti attendono l'apparizione del
Mihdì e anche "il ritorno
di Gesù Cristo". Quando, all'inizio
della Sua Missione, il Báb, continuando
la tradizione degli sciiti, proclamò
la Sua funzione con il doppio titolo,
primo di Qé'im e secondo di Porta
o Báb, alcuni dei musulmani fraintesero
il secondo appellativo. Essi pensarono
che volesse dire di essere la quinta Porta,
il successore di Abu'l-Hasan-'Alì.
Il vero significato, tuttavia, come Egli
stesso chiaramente annunziò, era
molto differente.
Egli era il Qé'im; ma il Qé'im,
anche se Grande Profeta, era in rapporto
con una Manifestazione successiva e più
grande, come Giovanni Battista nei confronti
del Cristo. Era il Precursore di Uno ancor
più possente di Lui. Egli doveva
diminuire; il Possente doveva aumentare.
E come Giovanni Battista era stato l'Araldo
o la Porta del Cristo, così il
Báb era l'Araldo o la Porta di
Bahá'u'lláh.
Vi sono molte tradizioni autentiche indicanti
che il Qá'im alla Sua apparizione
deve portare con Sè nuove leggi
e quindi abrogare l'Islam. Ma questa non
era l'opinione della gerarchia costituita.
I suoi membri si aspettavano fiduciosamente
che l'Avvento Promesso non avrebbe sostituito
una rivelazione più nuova e più
ricca alla vecchia e che avrebbe invece
appoggiato e rafforzato il sistema di
cui essi erano i funzionari. Esso avrebbe
incalcolabilmente accresciuto il loro
prestigio personale, esteso la loro autoritá
tra tutte le nazioni e conquistato loro
l'omaggio riluttante ma totale del genere
umano.
Il Báb, quando rivelò il
Suo Bayán, proclamò un nuovo
codice di leggi religiose e con i precetti
e con l'esempio dette avvio a una profonda
riforma morale e spirituale. I sacerdoti
immediatamente fiutarono un pericolo mortale,
videro il loro monopolio scardinato, le
loro ambizioni minacciate, la loro vita
e la loro condotta messe alla gogna. Si
sollevarono contro di Lui con bigotta
indignazione, dichiarando davanti allo
Sciá e al popolo che quel villano
rifatto era un nemico dell'onesta cultura,
un sovvertitore dell'Islam, un traditore
di Muhammad e un pericolo non solo per
la santa Chiesa, ma anche per l'ordine
sociale e lo Stato stesso.
Il motivo per cui il Báb venne
respinto e perseguitato fu in sostanza
lo stesso per cui era stato respinto e
perseguitato il Cristo. Se Gesù
non avesse portato un Nuovo Libro, se
non avesse solo ribadito i principi spirituali
insegnati da Mosé ma avesse anche
continuato le leggi e le regole di Mosé,
avrebbe potuto come semplice riformatore
morale sfuggire alla vendetta degli Scribi
e dei Farisei. Ma sostenere che una qualsiasi
parte della legge mosaica, anche semplicemente
ordinanze materiali come quelle relative
al divorzio e all'osservanza del sabato,
potessero essere alterate da un predicatore
laico del villaggio di Nazareth - questo
significava minacciare gli interessi degli
Scribi e dei Farisei stessi e, poiché
essi erano i rappresentanti di Mosè
e di Dio, era una bestemmia contro l'Altissimo.
Non appena la posizione di Gesù
fu compresa, le persecuzioni ebbero inizio.
Poiché Egli Si rifiutò di
desistere, fu messo a morte.
Per ragioni esattamente parallele, il
Báb fu sin dall'inizio osteggiato
dagli interessi costituiti della chiesa
dominante quale estirpatore della Fede.
Eppure, perfino in quel paese oscuro e
fanatico, per i mullá (come per
gli Scribi in Palestina diciotto secoli
prima) non fu molto facile scovare un
pretesto plausibile per distruggere Colui
che essi consideravano loro nemico.
La sola testimonianza conosciuta comprovante
che il Báb sia stato visto da un
europeo appartiene al periodo della Sua
persecuzione, quando un medico inglese
residente a Tabriz, il dottor Cormick,
fu invitato dalle autoritá persiane
a pronunziarsi sulle Sue condizioni mentali.
La lettera del dottore, indirizzata a
un collega di una missione americana in
Persia, è riportata nel "Materials
for the Study of the Bábì
Religion" del Professor E. G. Browne.
"Mi chiede", scrive il dottore,
"alcuni particolari sul mio colloquio
con il fondatore della setta nota come
Bábì. Durante questo colloquio
non è emerso nulla d'importante,
perché il Báb sapeva che
io ero stato mandato con altri due medici
persiani per vedere se egli era sano di
mente o semplicemente pazzo, onde decidere
sulla questione se dovesse essere messo
a morte oppure no. Sapendo questo, era
restio a rispondere alle domande che gli
facevamo. Ad ogni quesito si limitò
a guardarci con uno sguardo mite, cantando
con voce bassa e melodiosa alcuni inni,
suppongo. Erano presenti anche altri due
siyyid, suoi intimi amici, che furono
in seguito messi a morte con lui, oltre
a un paio di funzionari governativi. Si
degnò di rispondermi solo quando
gli dissi che non ero musulmano e desideravo
conoscere qualcosa della sua religione,
poiché avrei potuto forse essere
propenso ad accettarla. Mi guardò
molto intensamente quando dissi questo
e rispose che non aveva dubbi che tutti
gli Europei si sarebbero convertiti alla
sua religione. La nostra relazione allo
Sciá in quella circostanza mirava
a risparmiargli la vita. Egli fu messo
a morte qualche tempo dopo per ordine
dell'Amì'r-Nizám, Mìrzá
Taqì Khán. In base alla
nostra relazione ricevette solamente la
fustigazione, operazione durante la quale
un farrásh, con o senza intenzione,
lo colpi in faccia con il bastone destinato
ai piedi, il che gli produsse una grande
ferita e gli fece gonfiare il viso. Quando
gli fu chiesto se dovessero condurgli
un chirurgo persiano per curarlo, egli
espresse il desiderio che fossi chiamato
io e pertanto lo curai per un po' di giorni,
ma nei colloqui che ne seguirono non riuscii
mai ad ottenere che conversasse confidenzialmente
con me, perché, trattandosi di
un prigioniero, erano sempre presenti
uomini del governo. Era un uomo molto
mite e dall'aspetto delicato, piuttosto
piccolo di statura e molto chiaro per
essere un persiano, la sua voce era morbida
e melodiosa e mi colpi molto. Essendo
un Siyyid, indossava l'abito di quella
setta, come i suoi due compagni. In realtá
tutto il suo aspetto e il suo portamento
contribuivano a ben disporre in suo favore.
Della sua dottrina non sentii nulla dalle
sue labbra, ma ebbi l'impressione che
nella sua religione esista una certa apertura
verso il Cristianesimo. Alcuni falegnami
armeni mandati a eseguire certe riparazioni
nella sua prigione, lo videro leggere
la Bibbia ed egli non si dette pena di
nasconderlo, ma al contrario ne parlò.
Sicuramente il fanatismo musulmano nei
confronti dei Cristiani non esiste nella
sua religione, né vi è quella
restrizione per le donne che ora esiste".
Questa fu l'impressione che un Inglese
colto ebbe del Báb. E per quanto
l'influenza del Suo carattere e dei Suoi
insegnamenti si sia da allora diffusa
in Occidente, non rimane alcun'altra testimonianza
comprovante che Egli sia stato osservato
o visto da occhi europei.
Le Sue qualitá erano cosi rare
nella loro nobiltá e bellezza,
la Sua personalitá così
gentile eppure cosi vigorosa e il Suo
fascino naturale era combinato con tanto
tatto e giudizio, che dopo la Sua Dichiarazione
Egli divenne rapidamente un personaggio
molto popolare in Persia. Conquistava
quasi tutti coloro con cui veniva in contatto
di persona, spesso convertendo i carcerieri
alla Sua fede e tramutando i malevoli
in amici e ammiratori.
Mettere a tacere un tale uomo senza incorrere
in qualche modo nell'odio pubblico non
era molto facile nemmeno nella Persia
della metá del secolo scorso. Ma
con i seguaci del Báb il problema
era diverso.
I mullá non incontrarono in questo
caso alcun motivo d'indugio e trovarono
ben poche necessitá di ricorrere
a macchinazioni. Il fanatismo dei musulmani,
dallo Sciá in giù, poteva
essere prontamente aizzato contro qualsiasi
evento religioso. I Báb potevano
essere accusati di slealtá verso
lo Sciá e oscuri moventi politici
potevano essere attribuiti alle loro attivitá.
Inoltre i seguaci del Báb erano
giá numerosi; molti di essi erano
benestanti, alcuni ricchi e, tra questi,
alcuni avevano possedimenti che avidi
vicini potevano essere istigati a desiderare.
Facendo leva sui timori delle autoritá
e sulle basse passioni nazionali del fanatismo
e della cupidigia, i mullá inaugurarono
una campagna di oltraggi e di spoliazioni
che sostennero con implacabile ferocia
finché non ritennero d'aver raggiunto
in pieno il loro scopo.
Molte delle vicende di quest'infelice
storia sono riferite da Nabil nel suo
racconto e tra queste gli avvenimenti
del Mázindarán, di Nayrìz
e Zanján emergono per l'eroismo
degli atti compiuti dai Bábì
messi alle strette. In queste tre occasioni
alcuni Báb, spinti alla disperazione,
si allontanarono di concerto dalle loro
case rifugiandosi in un luogo prescelto
e, costruitesi attorno opere di difesa,
affrontarono con le armi ulteriori attacchi.
Per qualsiasi testimone imparziale era
evidente che le asserzioni dei mullá
di un loro movente politico erano false.
I Báb si mostrarono sempre pronti
davanti alla promessa che non sarebbero
più stati molestati per la loro
fede religiosa a ritornare pacificamente
alle loro occupazioni civili. Nabil sottolinea
la loro cura nell'astenersi da ogni aggressione.
Essi combattevano per la vita con destrezza
e forza risoluta; ma non attaccavano.
Anche nel mezzo di una feroce battaglia
non si accaparravano profitti e non tiravano
un solo colpo che non fosse necessario.
Nel "Traveller's Narrative",
è citato il seguente giudizio di
'Abdu'l-Bahá sull'aspetto morale
della loro azione:
"Il ministro (Mirzá Taqì
Khán), del tutto arbitrariamente,
senza ricevere istruzioni nè chiedere
permessi, diramò l'ordine di punire
e castigare i Báb. Governatori
e magistrati cercavano un pretesto per
accumulare ricchezze, e i funzionari un
mezzo per acquisire profitti; celebri
dottori dall'alto dei loro pulpiti incitavano
il popolo a fare una strage; le forze
della legge religiosa e civile facevano
lega e lottavano per sradicare e distruggere
questa gente. Ora questa gente non aveva
ancora acquistato la conoscenza giusta
e necessaria dei princìpi fondamentali
e delle dottrine celate degli insegnamenti
del Báb e non conosceva i propri
doveri. Le sue concezioni e idee erano
formulate alla vecchia maniera e la loro
condotta e il loro comportamento erano
in conformitá con l'antico uso.
La via d'accesso al Báb era, inoltre,
chiusa e la fiamma dell'afflizione ardeva
palesemente dappertutto. Per decreto dei
più celebri dottori, il governo
e, in veritá, anche la gente comune
avevano inaugurato in ogni luogo, con
forza irresistibile, una campagna di rapine
e di saccheggi e si erano dati a punire
e torturare, uccidere e depredare, per
spegnere questo fuoco e far languire queste
povere anime. Nelle cittá dove
ve n'era solo un numero limitato, furono
passati tutti per la spada a mani legate,
mentre nelle cittá dov'erano numerosi,
si sollevarono per difendersi secondo
le loro antiche credenze, poiché
non potevano indagare quale fosse il loro
dovere e tutte le porte erano chiuse".
Bahá'u'lláh, nel proclamare
alcuni anni più tardi la Sua Missione,
non lasciò adito a incertezze sulla
legge della Sua Dispensazione per una
simile situazione critica, quando affermò:
"È meglio essere uccisi che
uccidere".
Ogni resistenza che i Báb fecero,
qui o altrove, si dimostrò vana.
Essi furono sopraffatti dal numero. Il
Báb stesso fu strappato dalla Sua
cella e giustiziato. Dei Suoi principali
discepoli che confessarono la loro fede
in Lui, neppur uno fu lasciato vivo tranne
Bahá'u'lláh, che con la
Sua famiglia e un pugno di devoti seguaci
fu cacciato, privo d'ogni mezzo, esule
e prigioniero in una terra straniera.
Ma il fuoco, benché coperto di
cenere, non era spento. Esso ardeva nel
cuore degli esiliati che viaggiando lo
portarono da paese a paese. Anche nella
sua patria, la Persia, esso era penetrato
troppo profondamente per poter essere
spento dalla violenza fisica e ardeva
ancora nel cuore della gente e gli occorreva
solo un soffio dello spirito per poter
divampare in un incendio divoratore.
La Seconda e Più Grande Manifestazione
di Dio fu proclamata, in conformitá
con la profezia del Báb, alla data
che Egli aveva predetto. Nove anni dopo
l'inizio della Dispensazione Báb
- cioè nel 1853 - Bahá'u'lláh,
in alcune delle Sue odi, alluse alla Sua
identitá e alla Sua Missione e
dieci anni più tardi, mentre Si
trovava a Baghdád, dichiarò
ai Suoi compagni di essere il Promesso.
Allora il grande Movimento per cui il
Báb aveva preparato la via cominciò
a mostrare tutta la portata e lo splendore
della sua potenza. Sebbene Bahá'u'lláh
sia vissuto e morto esule e prigioniero
e sia stato conosciuto da pochi Europei,
le Sue epistole proclamanti il nuovo Avvento
furono invitate ai grandi governanti di
entrambi gli emisferi, dallo Sciá
di Persia al Papa e al Presidente degli
Stati Uniti. Dopo il Suo trapasso, Suo
figlio 'Abdu'l-Bahá portò
Egli stesso la buona novella in Egitto
e in ampie zone del mondo occidentale.
'Abdu'l-Bahá visitò Inghilterra,
Francia, Svizzera, Germania e America,
annunziando in ogni luogo che ancora una
volta i cieli si erano aperti e una nuova
Dispensazione era giunta a benedire i
figli degli uomini. Egli morì nel
novembre 1921; e oggi il fuoco, che una
volta sembrava estinto per sempre, arde
ancora in ogni parte della Persia, si
è insediato nel continente americano
e ha preso possesso di ogni paese nel
mondo. Attorno ai sacri scritti di Bahá'u'lléh
e alle autorevoli spiegazioni di 'Abdu'l-Bahá
sta crescendo una gran quantitá
di scritti di commento o di testimonianza.
I principi umanitari e spirituali, enunciati
decenni or sono nel più oscuro
Oriente da Bahá'u'lláh e
da Lui fusi in uno schema coerente, vengono
accettati l'uno dopo l'altro da un mondo
inconsapevole della loro fonte come segni
di progresso e civiltá. E la sensazione
che l'umanitá ha rotto con il passato
e che le vecchie norme non possono guidarla
attraverso gl'imprevisti del giorno d'oggi,
ha colmato d'incertezza e di sgomento
tutti gli uomini riflessivi tranne coloro
che hanno imparato a trovare nella storia
di Bah6'u'lláh il significato di
tutti i prodigi e i portenti del nostro
tempo.
Quasi tre generazioni sono passate dall'inizio
del Movimento. Tutti i suoi primi seguaci
scampati alla spada e alle torture sono
da lungo tempo trapassati per morte naturale.
La porta dell'informazione contemporanea
per quanto riguarda i suoi due grandi
Maestri e i loro eroici discepoli è
chiusa per sempre. La cronaca di Nabil
quale accurata raccolta di fatti eseguita
nell'interesse della veritá e completata
durante la vita di Bahá'u'lláh
ha ora un valore unico. L'autore aveva
tredici anni quando il Báb Si dichiarò,
essendo nato nel villaggio di Zarand in
Persia il diciottesimo giorno di Safar,
1247 A.H., per tutta la vita fu vicino
agli esponenti della Causa. Benché
a quei tempi fosse solo un ragazzo, stava
accingendosi a partire per Shaykh Tabarsi
e a unirsi all'esercito di Mullá
Husayn, quando la notizia dello sleale
massacro dei Báb rese vano il suo
progetto. Nella sua narrazione afferma
che incontrò, a Tihrán,
Hájì Mìrzá
Siyyid 'Alì, fratello della madre
del Báb, che era appena tornato
da una visita al Báb nella fortezza
di Chihrìq; e per lunghi anni fu
grande amico del segretario del Báb,
Mìrzá Ahmad,
Fu ammesso alla presenza di Bahá'u'lláh
a Kirmánsháh e a Tihrén
prima dell'epoca dell'esilio in Iraq e
dopo fu al Suo seguito a Baghdad e Adrianopoli
e anche nella cittá-prigione di
'Akká. Fu mandato più d'una
volta in missione in Persia per promuovere
la Causa e incoraggiare i credenti dispersi
e perseguitati e si trovava ad 'Akká
quando Bahá'u'lláh trapassò
nel 1892 A.D. Il modo in cui mori è
patetico e doloroso: fu cosi terribilmente
afflitto dalla morte del Grande Amato
che, sopraffatto dal dolore, si annegò
in mare e il suo corpo fu rinvenuto sospinto
a riva vicino alla cittá di 'Akká.
Quando, nel 1888, dette inizio alla sua
cronaca, ebbe l'assistenza personale di
Mìrzá Mùsá,
fratello di Bahá'u'lláh.
La terminò in circa un anno e mezzo
e parti del manoscritto furono rivedute
e approvate, alcune da Bahá'u'lláh
e altre da 'Abdu'l-Bahá.
L'opera completa narra la storia del Movimento
fino alla morte di Bahá'u'lláh
nel 1892.
La prima metá di questa narrazione,
che si chiude con l'espulsione di Bahá'u'lláh
dalla Persia, è contenuta in questo
volume. La sua importanza è evidente:
essa verrá letta non tanto per
i commoventi passi d'azione che contiene
e nemmeno per i molti suoi quadri d'eroismo
e di fede incrollabile, quanto per il
significato insito in quegli eventi di
cui dá una così eccezionale
documentazione.
LO STATO DI DECADENZA DELLA PERSIA
ALLA METÁ DEL DICIANNOVESIMO SECOLO
A. I SOVRANI QÁJÁR
" In teoria il re può fare
ciò che gli pare; la sua parola
è legge. Il detto che "la
legge dei Medi e dei Persiani non cambia"
era semplicemente un'antica perifrasi
per indicare l'assolutismo del sovrano.
Egli nomina e può destituire tutti
i ministri, i funzionari, gli ufficiali
e i giudici. Sulla sua famiglia, sul suo
seguito e sui funzionari civili e militari
al suo servizio, ha potere di vita e di
morte senza dover ricorrere ad alcun tribunale.
Le proprietá di queste persone,
quando cadano in disgrazia o siano giustiziate,
spettano a lui. Il diritto di condannare
a morte, in ogni caso, spetta solo a lui,
ma può essere delegato a governatori
o delegati. Ogni proprietá, che
non sia stata precedentemente concessa
dalla corona o acquistata - ogni proprietá,
in effetti, a cui non possa essere attribuito
un titolo legale - appartiene a lui, che
ne può disporre a suo piacere.
Tutti i diritti e i privilegi, come l'esecuzione
di lavori pubblici, lo sfruttamento delle
miniere, l'istituzione di telegrafi, strade,
ferrovie, tranvie ecc,, lo sfruttamento
in sostanza di qualsiasi risorsa del paese
spettano a lui e da lui devono essere
acquistati prima che possano essere rilevati
da altri. Nella sua persona sono concentrate
le tre funzioni del governo, legislativa,
esecutiva e giudiziaria. Nessun obbligo
gli è imposto, tranne l'osservanza
esteriore delle forme della religione
nazionale. Egli è il perno intorno
al quale ruota l'intera macchina della
vita pubblica.
"Tale è in teoria, e fu fino
a tempi recenti in pratica, il carattere
della monarchia persiana, che non ha mai
rinunciato apertamente nemmeno a una di
queste grandi pretese. Il linguaggio con
cui lo Sciá si rivolge ai suoi
sudditi ed essi si rivolgono a lui ricorda
le parole altezzose che un Artaserse o
un Dario rivolgevano ai milioni di tributari
e che si possono tuttora leggere nei documenti
incisi sulle pareti rupestri e sulle tombe.
Egli è ancora lo Sháhinsháh,
o Re dei Re; lo Zillu'lláh, o Ombra
di Dio; il Qibliy-i-'Alam, o Centro dell'Universo;
"Eccelso come il pianeta Saturno;
Pozzo di Scienza; Sentiero del Cielo;
Sublime Sovrano, il cui stendardo è
il Sole, il cui splendore è quello
del Firmamento; Monarca di eserciti numerosi
come le stelle". Il suddito persiano
sosterrebbe ancora il precetto di Sa'dì:
"Il vizio approvato dal re diviene
una virtù; cercare un consiglio
contrario significa macchiarsi le mani
del proprio sangue". Il passar del
tempo non gli ha imposto né un
consiglio religioso né un consiglio
secolare, né 'ulamá' né
senato. Le istituzioni elettive o rappresentative
non hanno ancora intromesso le loro irriverenti
caratteristiche. Non esiste alcun controllo
scritto sulle prerogative regali.
" . . . Tale è l'alone di
divinitá che avvolge il trono in
Persia, che non solo lo Sciá non
partecipa mai a banchetti ufficiali né
mangia a tavola con i suoi cittadini,
con l'eccezione di un solo banchetto offerto
ai suoi principali parenti maschi a Naw-Rùz,
ma l'atteggiamento e il linguaggio usati
verso di lui perfino dai suoi ministri
confidenziali sono improntati a un'obbedienza
e un'adulazione servili. "Possa io
essere sacrificato per te, Asilo dell'Universo",
è un modo comune di rivolgersi
a lui adottato anche da sudditi di altissimo
rango. Nel suo ambiente non c'è
nessuno che gli dica la veritá
o che gli dia un consiglio spassionato.
Gli ambasciatori stranieri sono probabilmente
l'unica fonte da cui egli apprenda i fatti
come sono o riceva consigli franchi, benché
interessati. Anche se ha le migliori intenzioni
del mondo di intraprendere grandi piani
per migliorare il suo paese, ha poco o
punto controllo sull'esecuzione di un'impresa
una volta che questa sia uscita dalle
sue mani e sia divenuta il passatempo
di funzionari corrotti ed egoisti. Metá
del danaro assegnato con il suo consenso
non arriva mai a destinazione, ma resta
attaccata a ciascuna tasca con cui una
professionale ingegnositá lo mette
in contatto; metá degli schemi
autorizzati da lui non sono mai portati
neppure vicino all'attuazione, mentre
il ministro o il funzionario incaricato
confida che la capricciosa smemoratezza
del sovrano faccia passare inosservata
la sua trascuratezza nel dovere.
" . . . Solo un secolo fa vigevano
il sistema odioso di accecare i possibili
aspiranti al trono e l'uso di selvagge
mutilazioni e di prigionie a vita, di
stragi inutili e sistematici spargimenti
di sangue. Si faceva tanto presto a cadere
in disgrazia quanto a far carriera e la
morte era un fatto spesso concomitante
alla disgrazia.
" . . . Fath-'Alf Sháh . .
. e i suoi successori dopo di lui sono
stati cosi straordinariamente prolifici
di figli maschi, che la continuitá
della dinastia è stata garantita;
e non vi è probabilmente una famiglia
regnante nel mondo che nel giro di cent'anni
sia cresciuta fino a raggiungere dimensioni
cosi grandi come la casa reale di Persia...
E lo Sciá, benché sia innegabilmente
un uomo di famiglia, non può essere
paragonato al bisnonno, Fath-'Alì
Sháh, né per il numero delle
mogli né per la vastitá
della progenie. All'alta opinione che
i più hanno sulle capacitá
domestiche di quel monarca, immagino,
si devono attribuire le divergenti valutazioni,
che si trovano nelle opere sulla Persia,
del numero delle sue concubine e dei suoi
figli. Il colonnello Drouville, nel 1813,
gli attribuisce 700 mogli, 64 figli e
125 figlie. Il colonnello Stuart, che
era in Persia l'anno successivo alla morte
di Fath-'Ali Sháh, gli attribuisce
1000 mogli e 105 figli... Madame Dieulafoy
cita 5000 discendenti e ne dá anche
i nomi, ma si riferisce a un'epoca posteriore
di cinquant'anni (e per questo la sua
valutazione ha un'aria di maggiore credibilitá)...
La stima che appare nel Násikhu't-Tavárikh,
grande opera moderna di storia persiana,
fissa il numero delle mogli di Fath-'Alì
Sháh a oltre 1000 e quello dei
suoi figli a 260, di cui 110 sopravvissero
al padre. Da qui il familiare proverbio
persiano: "Cammelli, pulci e principi
esistono dappertutto". ... Nessuna
famiglia reale ha mai illustrato in modo
più esemplare la promessa delle
scritture:
"Invece dei tuoi padri avrai figli,
che tu possa far principi in ogni terra";
infatti non c'erano governatorati o posti
lucrativi in Persia che non fossero occupati
da un membro di questo alveare di principotti;
e fino ad oggi la sterminata genìa
di Sháhzádih, o discendenti
di re, è una vera calamitá
per il paese, anche se ora molti di questi
sfortunati rampolli regali, che consumano
una grande parte del reddito statale in
indennitá annuali e pensioni, occupano
posizioni molto umili come quelle di impiegati
del telegrafo, segretari ecc. Fraser tratteggiò
un quadro vivo del tormento che comportava
per il paese cinquant'anni fa (1842) questa
" genìa di fannulloni regali"
i quali occupavano i posti di comando
non solo in ogni provincia, ma anche in
ogni bulùk o distretto, cittá
e borgata; ciascuno dei quali manteneva
una corte e un grande harem e che devastavano
il paese come uno sciame di locuste...
Fraser, passando per l'Adhirbáyján
nel 1834 e osservando i disastrosi risultati
del sistema seguito da Fatb-'Alf Sháh
di distribuire la sua colossale progenie
di sesso maschile in ogni posto del governo
in tutto il regno, osservò: "La
più ovvia conseguenza di questo
stato di cose è un odio profondo
e universale per la famiglia Qájdr,
che è sentimento comune in ogni
cuore e tema d'ogni lingua".
" ... Come, nel corso dei suoi [di
Násiri'd-Dìn Sháh]
viaggi europei, ha raccolto un gran numero
di quelle che apparivano, a una mente
orientale, meravigliose raritá,
ma che si sono accatastate nei vari appartamenti
del palazzo, o che sono state messe da
parte e dimenticate; cosi nel più
vasto ambito della politica e dell'amministrazione
pubblica continuamente intraprende e cerca
d'imporre nuovi schemi o ritrovati che,
quando il suo capriccio è stato
soddisfatto, sono accantonati o lasciati
morire. Una settimana è il gas,
un'altra è la luce elettrica. Ora
è uno staff universitario, in un'altra
occasione, un ospedale militare. Oggi
è un'uniforme russa; ieri era una
nave da guerra tedesca per il Golfo Persico.
Un nuovo decreto per l'esercito è
emanato quest'anno; un nuovo codice di
leggi è promesso per il prossimo.
Da questi brillanti schemi non viene fuori
nulla e i ripostigli del palazzo sono
tanto pieni di meccanismi rotti e di bric-a-brac
scartati quanto i casellari degli uffici
governativi lo sono di riforme abortive
e di progetti nati morti.
" ... In una camera al piano superiore
dello stesso padiglione, Mirzá
Abu'l-Qásim, il Qá'im-Maqám,
o gran visir di Muhammad Sháh (padre
dell'attuale monarca), fu strangolato
nel 1835 per ordine del suo regale padrone,
il quale così segui l'esempio datogli
dal suo predecessore e ne dette uno egli
stesso che fu doverosamente seguito da
suo figlio. Dev'essere raro nella storia
trovare l'uno dopo l'altro tre sovrani,
i quali abbiano messo a morte, solo per
motivi di gelosia, i tre ministri che
li avevano portati al trono o che occupavano
al momento della caduta la più
alta carica dello Stato. Questo è
il triplice vanto di Fath-'Alì,
Muhammad e Násiri'd-Dìn
Sháh".
B. IL GOVERNO
" In un paese così arretrato
nel progresso costituzionale, cosi privo
di forme, di statuti e di costituzioni
e cosi fermamente stereotipato nelle tradizioni
immemorabili dell'Oriente, l'elemento
personale. come ci si può aspettare,
ha un netto predominio; e il governo della
Persia è poco meno che un esercizio
arbitrario di autoritá da parte
di una serie di unitá in una scala
che discende dal sovrano fino al capo
del più umile villaggio. Il solo
controllo che agisca sui funzionari di
grado inferiore è il timore dei
superiori, che di solito si può
trovare il modo di mitigare; su quelli
di grado più alto, il timore del
sovrano, il quale non è sempre
chiuso a simili metodi di pacificazione;
e sul sovrano stesso il timore dell'opinione
non dei nativi, ma dei forestieri, rappresentati
dall'ostile critica della stampa europea...
Lo Sciá, in veritá, può
essere considerato in questo momento forse
il miglior esemplare esistente di despota
moderato; poiché entro i limiti
indicati è praticamente irresponsabile
e onnipotente. Egli ha potere assoluto
sulla vita e sulle proprietá di
tutti i suoi sudditi, I suoi figli non
hanno alcun'autoritá indipendente
e possono essere ridotti all'impotenza
e all'elemosina in un batter d'occhio.
I ministri sono inalzati e degradati secondo
il volere regale. Il sovrano è
l'unico che abbia il potere esecutivo
e tutti i funzionari sono suoi delegati.
Non esistono tribunali civili, che ne
controllino o modifichino le prerogative.
" ... Sul carattere generale e sulle
qualitá dei ministri della corte
persiana, Sir J. Malcolm, agl'inizi del
secolo, scrisse nella sua storia ciò
che segue: "I ministri e i principali
funzionari della corte sono quasi sempre
uomini dai modi raffinati, molto qualificati
nei problemi dei loro rispettivi dicasteri,
dalla conversazione piacevole, dal temperamento
sottomesso e dallo spirito di osservazione
molto acuto; ma queste qualitá
gradevoli e utili sono, in generale, tutto
ciò che essi posseggono. Né
ci si deve aspettare virtù o conoscenze
liberali in uomini la cui vita è
sprecata nel badare alle forme; i cui
mezzi di sussistenza derivano dalle fonti
più corrotte; la cui occupazione
consiste nel tessere intrighi che hanno
sempre lo stesso fine: salvare se stessi
o rovinare altri; i quali non possono,
senza pericolo, parlare altro linguaggio
che quello dell'adulazione e della falsitá;
e che sono, in breve, condannati dalla
loro condizione a essere venali, astuti
e falsi, Ci sono stati, senza dubbio,
molti ministri di Persia che sarebbe ingiusto
classificare sotto questa descrizione
generale; ma anche coloro che maggiormente
si sono distinti per virtù e talenti
sono stati costretti entro certi limiti
ad adattare i loro princìpi al
loro rango; e, tranne quando la fiducia
del sovrano li ha posti al di lá
del timore di rivali, la necessitá
li ha costretti a praticare un servilismo
e un'ipocrisia ben diversi dalla veritá
e dall'integritá, le sole qualitá
che possano costituire una pretesa al
rispetto che tutti sono disposti a concedere
agli uomini buoni e grandi". Queste
osservazioni sono contraddistinte dall'intuizione
e dalla giustizia caratteristiche del
loro illustre autore, e c'è da
temere che in larga misura siano valide
tanto per la presente quanto per la passata
generazione".
C. IL Popolo
" ... Tratterò ora quella
che è la caratteristica basilare
e distintiva dell'amministrazione iraniana.
Si può dire che il governo, anzi,
la vita stessa della nazione, consiste
per lo più in uno scambio di doni.
Nel suo aspetto sociale si potrebbe supporre
che questa pratica comprovi i sentimenti
generosi di un amabile popolo; benché
anche da questo punto di vista vi siano
in essa lati freddi e sgradevoli come
quando, per esempio, mentre vi rallegrate
in cuor vostro per aver ricevuto un dono,
trovate che dovete non solo contraccambiare
facendo al donatore un regalo di costo
equivalente, ma anche ricompensare generosamente
il latore del dono (per il quale la vostra
ricompensa è molto verosimilmente
l'unico mezzo riconosciuto di sussistenza)
in misura proporzionale al valore pecuniario
del dono stesso. Nel suo aspetto politico,
l'uso di far doni, benché consacrato
nelle adamantine tradizioni dell'Oriente,
è un sinonimo del sistema descritto
altrove con nomi meno gradevoli. È
il sistema secondo il quale la Persia
è stata governata per secoli e
il cui mantenimento oppone una robusta
barriera a qualsiasi reale riforma. Dallo
Sciá in giù, non v'è
funzionario che non sia disponibile a
regali, non v'è posto che non sia
conferito in cambio di un dono, non v'è
rendita che non sia stata accumulata per
mezzo di doni ricevuti. Salvo pochissime
eccezioni, tutti i componenti della gerarchia
ufficiale sopra menzionata, hanno semplicemente
comperato la propria posizione con un
regalo pecuniario offerto o allo Sciá
o a un ministro o al governatore superiore
dal quale sono stati nominati. Se ci sono
molti candidati a un posto, con ogni probabilitá
vincerá quello che fa la migliore
offerta.
" ... Il "madákhil"
è un'istituzione nazionale mantenuta
viva in Persia, la riscossione della quale,
in una miriade di forme differenti, la
cui ingegnositá è pari solo
alla loro molteplicitá, è
per i Persiani il supremo interesse e
la somma delizia di tutta una vita, Questa
straordinaria parola, di cui Watson dice
che non v'è un preciso equivalente
in inglese, può essere variamente
tradotta come commissione, gratifica,
regalia, provvigione, ruberia, lucro,
secondo il contesto del discorso in cui
è usata. In parole povere, essa
indica quel tanto di vantaggio personale,
usualmente espresso in moneta, che può
essere estorto da qualsiasi transazione.
Un negoziato, in cui due parti siano coinvolte
come donatore e beneficiano, come superiore
e subordinato, o anche come agenti contraenti
alla pari, non può aver luogo in
Persia senza che la parte che può
essere presentata come autrice del favore
o del servizio pretenda e riceva una definita
ricompensa in denaro per quanto ha fatto
o dato. Si può certo dire che la
natura umana è la stessa in tutto
il mondo; che un simile sistema esiste
sotto un differente nome nel nostro o
in altri paesi e che il critico sereno
saluterá nel Persiano un uomo e
un fratello. Entro certi limiti ciò
è vero. Ma in nessun paese del
mondo che ho visitato o di cui ho sentito
parlare, il sistema è tanto aperto,
spudorato o universale come in Persia.
Così, lungi dall'essere limitato
alla sfera dell'economia domestica o alle
transazioni commerciali, esso permea ogni
passo e ispira la maggior parte delle
azioni della vita. Per suo effetto, si
può dire che in Persia la generositá
e i favori gratuiti sono stati cancellati
dal novero delle virtù sociali
e la cupidigia è stata elevata
a principio informatore della condotta
umana... Pertanto si stabilisce una progressione
aritmetica di ruberie dal sovrano al suddito,
per cui ciascuna unitá della scala
discendente prende la propria ricompensa
dall'unitá successiva di rango
inferiore, e lo sventurato contadino è
la vittima finale. Non c'è da sorprendersi,
in queste condizioni, se le cariche sono
la via comune verso la ricchezza e se
sono frequenti i casi in cui uomini, partiti
dal nulla si trovano ad abitare in magnifiche
case, circondati da folle di dipendenti
e a vivere da principi. "Fa ciò
che puoi finché puoi" è
la regola che molti uomini si prefiggono
entrando nella vita pubblica. E lo spirito
popolare non s'indigna per questo comportamento;
mentre il giudizio su chi, avendone l'opportunitá,
non riesce a riempirsi le tasche, è
tutt'altro che lusinghiero per il suo
valore, Nessuno rivolge un solo pensiero
alle vittime da cui, in ultima analisi,
è stato ricavato il materiale per
questi successivi "madákhil"
e dal sudore delle cui rassegnate fronti
è stata spremuta la ricchezza che
viene dissipata in lussuose case di campagna,
oggetti rari provenienti dall'Europa ed
enormi seguiti.
" ... Tra le caratteristiche della
vita pubblica in Persia che più
rapidamente colpiscono l'attenzione del
forestiero, e che indirettamente derivano
dalle stesse condizioni, vi è l'enorme
numero di servitori e dipendenti che brulicano
attorno a ministri e funzionari d'ogni
sorta. Nel caso di un funzionario d'alto
rango o d'elevata posizione sociale, il
loro numero varia tra 50 e 500. Benjamin
dice che il Primo Ministro ai suoi tempi
ne manteneva 3000. Ora, la teoria dell'etichetta
sociale e cerimoniale diffusa in Persia,
e invero in tutto l'Oriente, è
entro certi limiti responsabile di questo
fenomeno, essendo l'importanza personale,
in gran parte, valutata dal pubblico sfoggio
che una persona può fare e dalla
schiera di servi che può mettere
in mostra in certe occasioni, Ma la radice
del male è l'istituzione del "madákhil"
e delle illecite ruberie. Se governatori
e ministri fossero tenuti a pagare il
salario a tutta questa ciurma di servi,
i loro ranghi si assottiglierebbero rapidamente.
Il grosso di questa schiera non è
pagata; essi si attaccano al padrone per
le occasioni di estorsione che quel rapporto
offre loro e prosperano e s'ingrassano
sulla depredazione. Si può subito
capire che salasso rappresenti questo
branco di sanguisughe per le risorse del
paese. Essi sono prototipi di lavoratori
improduttivi, i quali assorbono ma non
producono mai beni; e la loro esistenza
è poco meno di una calamitá
nazionale... È un punto fondamentale
dell'etichetta persiana portare con sé,
quando si va a fare una visita, il maggior
numero possibile di persone della casa,
a cavallo o a piedi, il numero di questo
seguito essendo considerato un'indicazione
del rango del padrone ".
D. L'ORDINE ECCLESIASTICO
"Mirabilmente adattato tanto al clima,
quanto al carattere e alle occupazioni
di quei paesi sui quali ha imposto la
sua presa adamantina, l'Islám domina
completamente i suoi seguaci dalla culla
alla tomba. Per loro, esso non è
solo religione: è governo, filosofia
e scienza. La concezione musulmana non
è tanto la concezione di una chiesa
di stato quanto, se mi si consente l'espressione,
di uno stato-chiesa. L'impalcatura sulla
quale la societá viene modellata
non è di fabbricazione civile,
ma ecclesiastica; e, avviluppato in questo
credo superbo, anche se paralizzante,
il musulmano vive in una soddisfatta resa
d'ogni volontá, ritiene suo massimo
dovere adorare Dio e costringere a far
ciò coloro che non l'adorano nello
spirito o, se questo è impossibile,
disprezzare costoro e infine muore con
una speranza sicura e certa del Paradiso.
" ... Questi Siyyid, o discendenti
del Profeta, sono una molestia intollerabile
per il paese; essi traggono dal loro presunto
lignaggio e dalla prerogativa del turbante
verde il diritto a un'indipendenza e a
un'insolenza di comportamento, che tanto
i loro concittadini quanto i forestieri
devono subire.
|
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giardino di Ilkhani
costumi delle donne persiane
casa del Kalantar
Haji Iman
cortile dove fù
martirizzato il Bàb
il villaggio di Badasht
casa in cui abitò
Tahirih a Qazvin
casa in cui abitò
Tahirih a Qazvin
Foto tratte dal
volume
"Gli
Araldi dell'Aurora"
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