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INTRODUZIONE
Virginia Wolf ha scritto che quand'anche
Shakespeare avesse avuto una sorella più
geniale di lui, non se ne sarebbe accorto
nessuno: la sua personalità non
avrebbe potuto realizzarsi a causa delle
"tradizionali" (è questa
una parola che troveremo spesso nel testo)
condizioni di ignoranza e inferiorità
nelle quali erano tenute le donne.
fra i pochi esempi in decine di secoli,
di voci femminili che siano riuscite,
superando questo handicap, a farsi ascoltare
dal mondo, si levano, nella Persia dell'Ottocento
i versi di Tàhirih.
Purtroppo non è in questo contesto
che possiamo conoscere la sua arte: alla
generale difficoltà del rendere
in lingua occidentale la ricchezza e la
melodiosità della poesia orientale,
si aggiunge la circostanza di leggere
un "traduttor del traduttor",
sia pure senza le pretese dell'illustre
precedessore.
Del resto alla base del libro della Edge,
non c'è la poesia di Tàhirih,
testimoniata solo da qualche sprazzo che
ci lascia desiderosi di conoscere di più,
bensì la sua concezione, nuova
e rivoluzionaria, dell'uguaglianza spirituale
fra uomini e donne, e quindi, date le
condizioni di queste, della loro emancipazione.
E'la prima volta che questo concetto viene
espresso e il valore sul piano etico del
messaggio di Tàhirih è ancor
più ingigantito dall'essere conquista
interamente sua, scaturita dall'analisi
delle proprie esperienze e non elaborazione
di pensieri precedenti: la sua passione
per il sapere è premiata con la
possibilità di studiare, che la
porta ad un livello culturale pari o superiore
agli uomini più eruditi che conosce;
incontra per questo l'ostilità
e la reazione di alcuni e, ancor peggio,
dagli altri un plauso parziale, mescolato
all'invito a rassegnarsi, a restare nel
"normale"; riesce invece, da
sola, senza alcun supporto o guida nella
cultura dell'epoca, a liberarsi dal condizionamento
dell'educazione tradizionale e a portare
il proprio pensiero al di sopra di concezioni
radicate da secoli. La contemporaneità
(siamo intorno al 1840) del messaggio
di Tàhirih con, ad esempio, gli
atteggiamenti provocatori e le prime opere
di George Sand, non deve trarre in inganno,
è solo casuale: non c'è
alcun contatto fra i due mondi che, separati
fisicamente dall'Impero Ottomano e spiritualmente
dai diversi credi, sono culturalmente
lontani di secoli. In Europa si sono avuti
i lumi, si sono visti i salotti delle
Madame de Stael, l'intelligenza di "alcune"
donne è ormai un fatto riconosciuto,
un dato acquisito. E la Persia? La Edge
ce la descrive come "uno stato teocratico
sul quale il clero, tutt'altro che progressista,
aveva gradualmente usurpato tutto il potere
e
usava ogni mezzo per raggiungere
i propri fini, spesso tutt'altro che nobili".
Queste parole ci sono familiari, ci ricordano
gli articoli sui vari Ayatollah; volevano
essere la storia di ieri, ma sono anche
la cronaca di oggi: sono passati centocinquant'anni
e non è cambiato niente; gli eventi
storici non hanno avuto conseguenze, si
sono smorzati come le onde che fa il sasso
in uno stagno: a questo punto il nostro
pensiero corre indietro e ci chiediamo
per quanti secoli prima possa essere durato
tutto questo "uguale"e solo
adesso possiamo capire appieno (ma ci
sembra incredibile!) tutta l'originalità,
la rivoluzione dell'idea di Tàhirih
e della sua campagna per l'emancipazione
della donna, per ripetere nelle sue sorelle
quanto l'educazione ha fatto in lei. Ma
ciò che stacca sostanzialmente
il suo messaggio da quelli similari della
cultura europea è il diverso piano
di valori che si considerano: Tàhirih
intende l'emancipazione in senso spirituale
ed è quindi radicale, totale; parte
dall'assioma dell'uguaglianza tra uomo
e donna di fronte a Dio e intende far
entrare questo concetto nelle coscienze,
farlo radicare fino a diventare il punto
di partenza di una nuova concezione della
vita: allora ne deriveranno come semplici
corollari, come automatiche conseguenze,
anche gli aspetti sociali, economici e
politici dell'uguaglianza, che invece
sembrano il fulcro della questione alle
suffragette del mondo occidentale. L'Assioma
di partenza porta fatalmente Tàhirih
a confrontarsi con la religione del padre,
fino ad arrivare alla domanda fondamentale,
più un'accusa che una domanda,
che in termini più generali, è
valida ancor oggi e non solo verso l'Islam.
Come è possibile per chiunque,
rabbino, mullah o Padre della Chiesa,
professare di credere in un Dio infinitamente
buono e giusto, e nello stesso tempo crederLO
capace di aver creato una parte dell'umanità
superiore all'altra? Come non vedere in
questo la negazione stessa della religione,
la logica dell'egoismo dal momento che
gli inferiori sono sempre gli "altri",
donne, infedeli o gentili che siano? Come
può una religione che pretende
di trasmettere il Verbo di Dio, non avere
una posizione costante nel tempo, decisa
ed esplicita contro ogni discriminazione
fra i Suoi figli? La fede di Tàhirih
non può più realizzarsi
in una religione che, inariditasi in tradizioni,
originate forse da necessità antiche
ma ormai obsolete, permette di fatto la
discriminazione della donna. Ecco il cammino
di Tàhirih incrociarsi con il sorgere
della Fede Bahà'ì, ecco
la sua idea trovare un'esatta collocazione
nella predicazione di un nuovo concetto
di vita. Non è certo casuale questo
incontro, questa contemporaneità.
La nuova Parola e le nuove idee di Tàhirih
hanno le stesse cause, la stessa radice.
Si è detto delle condizioni delle
Persia. L'illusione di ogni teocrazia
è che trasformando la Parola in
codice ed esigendone il rispetto con la
forza, si arrivi al trionfo della religione:
è allora, invece, che l'attuazione
della forma viene a prevalere sulla sostanza,
l'attenzione al rito esteriore fa dimenticare
il motivo del rito. Invece che al trionfo,
si arriva alla morte della religione;
ne resta solo un simulacro vuoto perché
da essa si è allontanata la Fede,
la qualità più alta dell'uomo,
il ponte verso Dio. Ma la Fede è
anche un bisogno per l'uomo: per questo
l'esigenza profonda di Tàhirih
di qualcosa di nuovo in cui credere è
comune a molti altri, a tutti gli spiriti
capaci di interrogarsi sul valore delle
cose, di rifiutare, se insoddisfatti i
valori "tradizionali"e di cercare,
anche lontano, una vera ragione di vita.
"Ogni volta che la gente è
pronta a riceverla", dice Tàhirih
"viene data una guida": in Persia
viene annunciata una Parola nuova, un
insegnamento che predica la rivelazione
progressiva perché se Dio è
immutabile, cambiano gli uomini e ciò
che possono capire, che dichiara in modo
esplicito (forse anche per l'influsso
di Tàhirih) l'uguaglianza tra uomo
e donna, nell'ambito più generale
dell'uguaglianza di tutti i viventi, senza
alcuna distinzione. Tàhirih ne
è conquistata perché vi
trova tutto il suo pensiero, tutti i suoi
ideali, e con la forza della sua grande
personalità, ingigantita dalla
fede, dedica all'apostolato la propria
vita. Una vita purtroppo breve, spezzata
come spesso succede a chi predica verità
che scuotono le coscienze perché
queste spesso non vogliono essere scosse,
quasi fossero soggette ad una forza d'inerzia
che tende a conservare un insieme di preconcetti
stabiliti da altri, assorbiti con l'educazione
e l'imitazione e accettati come modelli
indiscutibili di comportamento. E'così
comodo, infatti, lasciarsi portare dalla
placida corrente fra due argini ben precisi
che dividono nettamente dentro e fuori,
bene e male, senza chiedersi quando, dove,
perchè, sono stati eretti! I vari
Taqì possono sentirsi virtuosi,
sicuri delle proprie scelte. Guai a chi,
come Tàhirih, sia pure con parole
dolci e pacate, turba la tranquilla sicurezza
del loro mondo con la tensione del dubbio,
e forse del rimorso, provocata da una
nuova idea che obbliga le coscienze ad
interrogarsi. C'è il pericolo,
guardando in fondo all'anima, di arrivare
a vedere che sotto l'orgoglio, sotto l'alta
considerazione di se stessi, c'è
solo una ottusa ignavia e allora scatta
il meccanismo di difesa, l'impulso ad
eliminare subito, ad ogni costo, la nuova
idea. Ma non si può sfogare l'odio,
la frustrazione sull'immateriale e allora
si ricorre all'esorcismo di distruggere
dei simboli e si bruciano i libri o le
streghe. Così anche Tàhirih
muore, ennesima vittima della combinazione
distruttrice di stupidità e certezza.
L'assurda facilità con cui viene
"giustiziata" è il tocco
finale per farci capire la precarietà
dell'ambiente in cui ha svolto la sua
missione l'intera vicenda, così
semplice e lineare nel racconto della
Edge, ci sembra irreale, una volta collocata
nel tempo e nello spazio: solo in un modo
possiamo credere che abbia potuto concepire
e trasmettere il suo pensiero quando tutto
le era di ostacolo ed ogni ostacolo insormontabile,
cioè accettandola come uno di quei
rari spiriti eletti, attraverso i quali
Dio vuole "del creator suo spirito
più vasta orma stampar".
In questa chiave va ascoltata il suo messaggio.
Ing. FERDINANDO CAMPIONI
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